Pro Loco Tavernerio

































Memorie storiche raccolte dal parroco G. Baserga


Tavernerio nell'epoca Preromana e Romana
Il paese
Etimologia celtica
Memorie preistoriche : ascia litica, massi cupelliformi
Popolo primitivo
Memorie Romane: strada, tombe, iscrizione romana

A chi partendo da Como si avvia per la strada provinciale che conduce a Lecco, passato il paese di Lipomo, là dove la strada, superata ogni pendenza, incomincia a correre piana, si apre la campagna di Tavernerio. L'occhio trova dinnanzi l'ampia distesa della Brianza , amena e ridente posizione, per clima, per fertilità, per bellezze naturali. E' una plaga d'Italia delle più deliziose (Giansevero, Guida generale ai laghi Subalpini, Milano, 1890 pag. 165) questa della Brianza per la verità delle sue vedute, per la placidezza de' suoi fiumi, per la moltitudine de' suoi laghi: offre il rezzo dei boschi , la verdura dei prati, il mormorio delle acque ed una felicissima armonia di tante bellezze naturali, che trasportano l'animo alle più soavi impressioni. Chiunque si mette ad indagare le memorie di un luogo è spinto subito a risalire alle epoche più lontane e remote : è come un sentimento istintivo di trovare le proprie origini nell'alta antichità perché questa conferisce in certo qual modo maggior lustro ed è per sè stessa un vanto e una gloria . Qualcuno volle ravvisare nel nome di TAVERNERIO degli elementi celtici da TAW (Cantù, storia di Como 1901, I. , 127) alto, se così fosse bisognerebbe supporre che una popolazione celtica fosse stata quella che per la prima volta venne ad abitare in questi siti. I nomi propri delle nostre terre, afferma Maurizio Monti nella sua storia antica di Como(Storia antica di Como,I.17), dei nostri monti, dei nostri fiumi, salvo rare eccezioni, sono nomi imposti dagli antichi celti. Se dovessi esprimere il mio avviso in proposito, direi che questo criterio etimologico da solo sia insufficiente a rivelarci una pagina di storia ed indicarci il primo popolo abitatore. Da solo è un criterio assai incerto, perché un nome attraverso i secoli può subire profondi mutamenti fonetici per le continue sovrapposizioni di popoli; inoltre è un argomento tutto soggettivo potendo uno, analizzando un'etimologia, trovarvi elementi celtici, un altro liguri, un altro etruschi; infine è una prova incompleta quando non sia suffragata da prove archeologiche o etnografiche più positive e convincenti. Anzichè un'origine celtica si può senza tanto sforzo riscontrare una origine latina nella etimologia di Tavernerio, dal latino "taberna" etimologia più semplice e più naturale.

La memoria più importante d'epoca romana è un'iscrizione, scoperta in paese e riportata anche dal Mommsen ( Corpus Inscript. Lat.; Berlino, V, 5658)

L.COELIO.VALERIO
VI.VIRO.MEDIOL
ET.CALPURNIAE. L. F.
OPTATILLAE
UXORI. EIUS. ET
M.AEMILIO. COELIO
COELLIANO. DECUR
MEDIOL. ET NOVAR
ET. LUCILIAE. L. F.
SABINIANAE. ET
CATIANO. FILIS
COLLEGIUM
CENTONARIORUM
HONORE.ACCEPTO
IMPEND. REMIS
ET. IN TUTELAM
DEDER. HS. II

L'iscrizione è importantissima, non solo relativamente a Tavernerio, ma perché una prova assai evidente di un nucleo di popolazione romana, ma anche per le cariche assai distinte ivi accennate. Dalla onomastica con tutti i tre elementi ( nome, preanomen, cognomen) accennati nell'iscrizione, dal modo di interpunizione e da altri dettagli ortografici possiamo argomentare appartiene ai bei secoli dell'epoca imperiale romana, cioè prima del 3° secolo. si ricorda che un Lucio Celio Valerio sestumviro, un Marco Emilio Celio Celiano decurione di Milano e di Novara, una corporazione di centanarii collegium centonariorium, che innalzano la lapide. Tra le molte categorie di sacerdoti pagani, vi erano anche quelli incaricati di un culto agli imperatori divinizzati, sodales o seviri augustales. Nella nostra lapide mancando la qualifica di augustales è da ritenersi che il seviro o sestumviro non sia un sacerdote ma uno dei comandanti di cavalleria, che chiamavano appunto con tal nome. La famiglia dell'iscrizione doveva essere assai distinta, contando anche un decurio di Milano e Novara, cioè un governante di questi due municipi. A tale famiglia distinta la corporazione dei centonari, ossia dei negozianti di centoni, rigattieri, fabbricanti di coltri per qualche donazione avuta o per qualche altro beneficio dedicava alla memoria. Queste sono le poche memorie preromane e romane di Tavernerio: sono poche ma bastano per rivelarci l'antichità del paese, abitato non solamente nell'epoca romana, ma anche in quella anteriore.
Più però che dalla etimologia, io penso l'antichità del paese si possa desumere da altri argomenti più seri. Nel letto del Cosia, presso Como, circa un quindici anni or sono veniva scoperta un'arma litica bellissima ( Gemelli, I primissimi abitatori dei dintorni di Como, 1891, pag. 10), un'ascia di sussurite, ora conservata nel museo civico, arma di pietra che il prof. Regazzoni inclinò a credere oriunda da Tavernerio dove il Cosia trae le sue origini. contro all'oratorio di S.Fermo, incuneato nel muro della strada provinciale si vedeva or sono un blocco di sarizzo ( rivista archeologica di Como, 1901, pag. 58) sulla cui superficie pianeggiante erano scolpite quattro scodelle. Per tradizione antichiassima tramandata dai padri ai figli tale sasso segnava il confine tra la diocesi milanese e quella comasca e ciò forse fu il motivo per cui, allargata la strada, il sasso venne rispettato. Secondo la leggenda di S.Ambrogio in un giro pastorale, giunto in questo sito, battè quel sasso quattro volte col suo bastone dicendo: "fin qui la chiesa mia" ed al tocco si formarono quelle impronte. Questa è indubbiamente una leggenda: ma scrostandola si vede nel fondo l'idea di un sasso misterioso, con segni e caratteri particolari che attrasse durante i secoli la fantasia e l'occhio del popolo. Oggidì questi sassi con tali impronte caratteristiche sono studiati dai dotti e attribuiti all'epoca neolitica. Sono monumenti megalitici che si trovano sparsi non solamente nella provincia di Como, ma anche nella Svizzera, nella Francia, nell'Inghilterra, nell'Africa, nell'Oriente e che tuttora affaticano la mente per scoprire il significato di questi segni e manufatti antichissimi. Qualcuno volle ravvisare in quelle impronte l'opera geniale di pastori che nell'ozio si divertivano; altri credettero quei segni una riproduzione di costellazioni che certo dovevano attirare l'attenzione ed impressionare i popoli primitivi; altri giudicarono fossero monumenti commemorativi, altri pietre da sacrifizi, altri monumenti funebri, altri ancora, come primi tentativi di una scrittura simbolica primitiva. Senza entrare nel merito di ognuna di queste ed altre ipotesi, basti qui soltanto affermare che tale sasso e tali impronte rimontano da un' alta antichità e che sono una prova non dubbia di abitanti nell'epoca preistorica. Un altro masso del medesimo genere si trova nei boschi che salgono tra Tavernerio e Cassano (Rivista archeologica di Como, 1901). Non mancano quindi le prove di una popolazione antichissima a Tavernerio. Secondo i criteri storici con cui si scrivava mezzo secolo fa, la regione comasca si credeva popolata da Orobi, da Etruschi, da Galli poi dai Romani. Oggidì, in cui la sotria antica è fatta con metodi più razionali e scientifici; non si accenna più ad occgi chiusi tutta la tradizione, ma viene severamente vagliata insieme con le scoperte. Necropoli antiche a Tavernerio, finora, per quanto mi consta, non vennero segnalate; vennero alla luce tombe galliche al Soldo presso Alzate, (Bullettino di Paletnologia Italiana XII, 195 e segg.) tombe liguri o celtiche a Montorfano (manuale della Provincia di COmo 1848 pag.155; Rivista Archeologica di Como, XIV,39, XV,21), indizi di tombe del medesimo periodo a Lipomo e a Lora (Notizie degli scavi 1878, pag.9). Abbiamo intorno a Tavernerio, quindi, come un acorona di necropoli antichissime e forse qualche momento verrà in cui anche il paese abbia a scoprirsi qualcuna. Abbandonando queste epoche preromane, le memorie di Tavernerio diventano più abbondanti. Tombe d'epoca romana venivano alla luce un quindici anni orsono in occasione dell'allargamento della strada provinciale: soliti embrici, anfore, urne,monete romane, tutto frantumato e disperso. Probabilmente di qui passava la strada romana che da Bergamo per Pontirolo giungeva a Como. Nell'epoca imperiale romana Como era diventata una pizzaforte; " munimen provinciae", come la chiamava Cassidoro (Maurizio Monti, storia di Como, III pag.200,80), aveva una flotta sul lago ( Maurizio Monti, storia di Como, III pag.173, nota 1) e numerosissime corporazioni professionali (Maurizio Monti, storia di Como, III pag.80,84); Como era considerata come un centro assai importante ed era ben naturale che vi fossero numerose strade che come altrettante arterie dessero uno sfogo al suo movimento. Un ramo della via Aurelia univa Milano con Como e Como con la Rezia ed il Norico. Nella tavola pentingeriana scorgersi segnata una strada da Bergamo a Como, strada che fu detto, passava probabilmente per Tavernerio dopo aver attraversato l'Adda ad Olginate e percorso la Brianza.







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Il Castello
Guerre tra Como e Milano nel secolo XII
Fondazione del Castello
Battaglia a Monrofano nel 1279
Governo del Castello
I Mandelli
Il Castello nelle fazioni Guelfe e Ghibelline

Nel medio evo Tavernerio segue le sorti di Como e le sue memorie sono intimamente collegate con la storia comasca. Il paese entrava a costituire il cosidetto contado di Como, specie di circoscrizione territoriale governata con eguali ordinamenti municipali. Contiguo, confinante col contado di Lecco, comprendeva i paesi di Montorfano (Archivio storico Lombardo, fac.1 pag. 241), poscia con quello di Martesana o Marchesana, avente la stessa estensione ( Dozio, Contado della Martesana, 1876), era ben naturale che maggiormente risentisse nelle guerre così numerose che succedevano dopo il secolo X tra Comaschi e Milanesi. Un odio terribile ardeva tra le due città lombarde di Como e Milano, odio che raggiunge il suo colmo della famosa guerra decennale e combattuta dal 1117 al 1127 e terminata con la distruzione completa di Como. Con tale vittoria Milano era diventata strapotente. Federico Barbarossa nel 1154 scendeva con suo esercito dalla Germania e parte de' suoi soldati mandava nella Brianza a mettere tutto a ferro ed a fuoco in odio ai Milanesi. Questi non si perdono di coraggio e raccolti i suoi uomini rioccupavano colle armi i perduti paesi della Brianza tra cui Cesana, Corneno, Erba e Paravicino ed il castello di Orsenigo, anzi nel 1160 davano a barbarossa una così terribile sconfitta presso Carcano, che lo costringevano a rifugiarsi nel Barabello presso Como. In mezzo a tante guerriglie che si combattevano aspramente ne' suoi dintorni, Tavernerio dovette certamente prender parte e come luogo di passaggio e come centro di rifugio dei Comaschi. La posizione del paese offriva un luogo molto indicato a fortificarsi: posto tra una catena di montagne che si prolunga verso Como ed il monte di Montorfano, Tavernerio poteva dominare la strada e lo sbocco per quelli che volevano dalla Brianza discendere a Como per la vallata del Cosia. La guerra con Milano finiva, dopo molto sangue, mediante la pace di Costanza del 1184. pareva che con quella pace tutto dovesse essere tranquillo, invece la fazioni tornano tosto ad infierire più di prima. Milanesi e Comaschi ritornano alle armi, si invadono reciprocamente le terremettendo i paesi a ferro ed a fuoco. E' in questo periodo di tempo che si costruisce il castello di Tavernerio. Per difendersi da Como stringeva l'alleanza coll'imperatore Enrico di Germania con un trattato del 1191, rinnovato l'anno seguente 1192, ed unendosi a Bergamo, Lodi, Cremona e Pavia ai danni di Milano. Nè solo con alleanza ma pensò munirsi col costruire fortilizi. Tavernerio fu uno dei paesi scelti per essere fortificati mediante un castello; ciò avveniva nel 1194. In quell'anno i consoli di Como convengono con Andreolo Arifusio, Arialdo suo fratello, Guidralo e Guidone di Galerio, Andrea di Intortolili, per la costruzione di una torre alta tranta braccia ed una muraglia ancora dintorno murum unum castellanum circa castrum tabernerii .......... hinc ad annum unum proxime venienterm ... at .... turrim unam altam brachia triginta sex a terra. Il lavoro doveva essere compito entro un anno ed i consoli di Como si obbligavano di fornire operai di Ponzate , Brunate ed altri della riviera. Isuper ipsi consules dare debent eis rusticos ... de ponzate et brunate et cassine et ceteros alios virtutis cumane qui sunt a zezio in la versus martisana, qui rustici debent laborare ad ipsum murum in laude consulum. Gli avvenimenti di quegli anni si incaricarono di dimostrare l'opportunità di un castello a Tavernerio. Di qui partivano i Comaschi per compiere frequentatissime incursioni sulle terre Milanesi. Nel 1196 finalmente si venne ad una convenzione per finire ogni contesa. L'atto di concordia stipulato nel dicembre di quell'anno tra Comaschi e Milanesi tra le altre cose portava che le parti contendenti si perdonassero reciprocamente le ruberie e le uccisioni consumate, che i comaschi cedessero alcune pievi oltre a parte del castello e del paese di Montorfano che avevano occupato, salvo però il diritto a compenso (Rovelli, Storia di Como II, 207). A coronamento di tale concordia nel novembre dell'anno seguenti 1197 fu fatta un'altra convenzione con cui i Milanesi cedevano a Loterio Rusca, ossia ai Comaschi, sedici fuochi cioè case della terra, di Caccivio in contraccambio della porzione ceduta di Montorfano. Intanto nei gloriosi comuni italiani si andava compiendo una profonda trasformazione. Governate dapprima a modo di repubblica dai consoli; le città cadono in mano di famiglie potenti che si disputano il dominio. All'epoca dei comuni, subentra l'epoca delle Signorie. A Como due grandi famiglie si contendevano il dominio Rusconi e Torriani. Questi ultimi in particolar modo spadroneggiavano a Como ed a Milano, donde erano riusciti ad espellare l'arcivescovo Ottone Visconti. Questi raccolti i suoi partigiani venne contro Napo Torriani che con scelte truppe si era apportato a Desio. Lo scontro fu sanguinoso: Napo Torriani sconfitto e fatto prigioniero veniva rinchiuso in una gabbia e così condannato a morire nella torre del Baradello (Rovelli, Storia di Como II, 249). Restava il castello di Montorfano, nido agguerrito dei Torriani: esso veniva assediato, preso e distrutto totalmente nel 1279. In tutta questa guerra contro il castello di Montorfano indubbiamente il nostro castello di Tavernerio doveva offrire un opportuno punto d'appoggio (Rovelli, Storia di ComoII,249-250).
Per meglio illustrare in che modo era governato il castello è bene accennare agli statuti di Como di questo secolo XIII. Secondo tali ordinamenti coloro che erano incaricati della custodia e difesa dei fortilizi dovevano essere sorteggiati dal Consiglio della Credenza di Como e non dal Podestà. Non potevano avere meno di 20 anni, né più di 60, né poteva essere né bastardo, né servo, né un contadino. Non doveva essere incaricato che non fosse comasco. Uno statuto singolarissimo proibiva che alcuno di Varenna fosse ufficiato alla custodia di un fortilizio del Comasco (Cerutti,Statuti di Como ,143), forse a causa delle ultime guerre in cui i Varennesi avevano operato a danni dei nostri. Nessuno poi dei castelli e luoghi fortificati poteva essere alienato, specialmente poi quelli posti ai confini della Marca(Cerutti,Statuti di Como ,149). Quest'ultima disposizione riguardava strettamente Tavernerio posto appunto ai confini della Martesana. Nell'anno 1279 tutto il territorio Comasco venne diviso in tante circoscrizioni quante erano le porte di Como: Tavernerio venne assegnato alla giurisdizione di Porta Sala. (Cerutti,Statuti di Como ,451) Intanto la Famiglia Torriani rialzava le sue sorti; il loro castello di Montorfano distrutto veniva nel 1309 riedificato da Guido Torriani. Ivi fecero il loro rifugio quando l'alterna fortuna imperversava contro di loro. (Rovelli, Storia di Como ,II, 279). Si rinnovavano quindi la fazioni e Tavernerio vi partecipava col suo castello. Dopo i Torriani, verso il 1350 Guidetti Mandelli otteneva dal duca Matteo Visconti il feudo di Montorfano anche con dirittodi battere moneta (Annoni, Storia di Cantù,338). Un Giacomo Mandello, conte di Montorfano si distinse in occasione che l'imperatore sigismondo venne a Como. In quella circostanza Loterio Rusca podestà diede una giostra invitandovi baroni e principi e dando in premio al vincitore sua sorella Elisabetta Rusca. La sorte toccò a Giacomo Mandello feudatario e conte di Montorfano (Annoni, storia di Cantù, 196). In quegli anni il territorio comasco era teatro di quelle dolorose fazioni conosciute di Guelfi e Ghibellini. In origine questi nomi incominciarono in Germania per significare i seguaci di due diverse famiglie che si contendevano l'impero; trasportati in Italia quei nomi assunzero un altro significato, intendendosi per guelfo colui che sosteneva le parti del pontefice e ghibellino invece colui che parteggiava in favore della supremazia imperiale. In seguito anche nelle città si formarono i partiti, chiamandosi guelfi e ghibellini quelle famiglie che contrastavano per l'egemonia del potere. A Como si chiamavano Guelfi i seguaci dei Vittani, e Ghibellini quelli che aderivano ai Rusconi, due famiglie potentissime sempre in lotta pel dominio della città. Nel 1403 i Ghibellini condotti da Franchino Rusca vengono a sanguinosa battaglia a Montorfano coi seguaci dei Vittani, ma sono sconfitti ed il Rusca medesimo è costretto a fuggire ( Annoni, Storia di Cantù, 185 - Rovelli, Storia di Como, III, tomo I,58).Tutto viene messo a sacco. Quale parte abbia seguito Tavernerio non ci è dato conoscerlo; probabilmente il suo castello veniva rovinato dai vincitori. Nessuna notizia abbiamo potuto ricavare di questi anni. Troviamo invece documenti nel 1426, con lettere del duce Filippo Maria Visconti. In quell'anno Bortolomeo Grimoldi intendeva comperare per sé e la sua famiglia il castello di Tavernerio castrum Tabernaii qui lucus confinat cum plebe Inzini, ducatus mediolani et est prope civitatem cumanam ad tria miliaria (Archivio municipale di Como, Reg. Lettere ducali, III, pag. 221). In forza degli antichi ordinamenti municipali era proibita qualunque alienazione, specie poi di fortilizzi; ciò era stato confermato da altre disposizioni dai duchi di Milano che non permettevano vendita qualsiasi o alienazione senza la loro autorizzazione. L'istanza al duca di Milano appunto che si derogasse a tali disposizioni, facendo notare che la compera del castello di Tavernerio per parte dei Grimoldi tornava di utilità allo stato. Filippo Maria Visconti con una lettera da Abbiategrasso il 14 novembre 1426 scrive al podestà e capitano di Como domandando informazioni sul valore ed importanza del castello nostro " volumus quod diligenter et ad plenum informemini que res est casalicium seu castrum Taberneii ... et quid importare possit statui nostro et partibus circumstantibus". Nell'archivio municipale di Como, donde ricaviamo questi atti, manca la risposta del capitano di Como al duca; probabilmente dovette sconsigliare la vendita del castello, perché nell'ottobre il duca risponde al Grimoldi che non autorizzava quella compera, e non poteva esaudire la sua domanda. Tale risposta era data pure da Abbiategrasso nel 1426; ad essa possiamo argomentare che il castello era ancora in buone condizioni ed utile allo stato.







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Ultime vicende del Castello
Distruzione di esso
Il Medeghino
dominio Spagnuolo e sue gravezze
Peste del 1630

Nel 1431 il duce di Milano rompeva guerra alla Repubblica di Venezia : di qui ricerca di uomini e di denari. Quasi non bastasse questo flagello di una guerra nel 1443 si aggiunse anche la peste. L'archivio municipale di Como ci conserva un carteggio degli uomini di Solzago e Tavernerio a questo proposito.. Essi domandano al duce che non insista a riscuotere certe imposizioni e ciò per l'assoluta povertà e impossibilità di pagare in causa della peste (Archivio Municipale di Como, lettere ducali VI, f. 309) " Aliter poterunt fame perire et per orbem cum eorum familiis turpiter menducare". Il duca scrive al magistrato delle entrate di Como di sospendere l'esazione come nella dinamica. Nel seguente anno 1434 altra domanda di Tavernerio sullo stesso argomento. Quei di Como interrogano il duca come devono comportarsi circa la riscossione verso gli assenti, verso i morti e verso i miserabili ed il duca risponde che se gli assenti erano ancora in territorio comasco venissero costretti a pagare. Quanto ai morti se avevano lasciato dei beni, questi si adoperassero per soddisfare le imposizioni; quanto ai miserabili di Tavernerio non fossero molestati (Archivio Municipale di Como, lettere ducali VI,187 - Rovelli, III, I, p. 142). La signoria dei Visconti di Milano stava per finire. Francesco Sforza, capitano di ventura infestava il Comasco e si preparava a diventare Duca di Milano. Nel 1449 era corso fino a Como, ma era stato sconfitto. I suoi soldati condotti dal marchese di Cutrone non restavano dal fare scorrerie nelle nostre terre, imperversando con saccheggi, incendi, taglie, rapine e prigionieri (Rovelli, Storia di Como,III,I,pag, 212). Fu in questa circostanza, che il castello di Tavernerio veniva preso e distrutto. Il fatto è narrato da un documento dell'Archivio di Stato di Milano. Al tempo de la prava libertate de Milano, cioè quando il marchese de Cotrona era alogiato in la nostra terra de Canturio una cum illustrissimo Gaspare da Sessa et facendo guerra contro la città di Como ogni dì il supprascripto marchese et Gaspare facevano correrie al Castello et loco de Tabernario apresso de Como et così facendo tali correrie il nostro eccellentissimo servitore conte Xristoforo Grimoldi come quello che non voleva la totale consumptione di quella terra, prese laudabile partito con li homini se detono alla detta signoria (Archivio di Stato, Comune di Tavernerio), cioè abbandonando i Visconti; si diedero alla nuova signoria dello Sforza. Di poi andato, prosegue il documento, in quella parte il Campo della signoria de Venezia anche esso Gaspare se partite fora da essa terra di Tabernario et bruso il castello ed ogni cosa chera del dicto conte Xristoforo in modo chelo rimase diffacto in tuto. Nell'anno 1449 i Comaschi, aiutati dalle truppe viscontee, riuscivano a rioccupare le terre perdute, a rifortificare il castello di Tavernerio ed altri fortilizi (Rovelli,III,I, 217). I Tornaschi specialmente si distinsero in questa circostanza col mandare 200 uomini alla difesa del castello. Rovinato come vedemmo dagli Sforzeschi, si pensò allora dai nostri di demolirlo totalmente. I Sapienti di Provisione del comune di Como il 2 febbraio 1450 deliberarono quod funditus extirpentur et ruinentur muralie ipsius (castri) et fossa explanetur... et omnia que ubi sunt in fortilicia, exceptis, domibus civium cumanorum et ipsorum hominum terre eiusdem de Tabernerio (Archivio Municip. di Como, Ordinationes IV, F.210). Tale la fine del nostro castello. Con lui nel medesimo anno finiva la dominazione viscontea e Francesco Sforza entrava acclamato in Milano nuovo duce e Signore. Nessun avvenimento notevole registra la Storia durante la dominazione sforzesca ( 1450-1535) e sotto la seguente dominazione spagnola, fuori che imposizioni e gravezze. Gli spagnoli per le continue guerre avevano bisogno di denari; moltiplicavano le tasse, depauperavano le terre. Per spremere denaro si vendevano i titoli nobiliari, si mettevano all'incanto le pievi ed i feudi. Tavernerio segue la sorte comune. Nel 1652 essendosi tentato ancora di vendere il feudo e i paesi di Zezio, compreso Tavernerio, Como sborsò del suo onde garantirsi da ulteriori vendite (Periodico società Storica di Como, II, 50).
Il fatto più notevole sotto la denominazione spagnuola è la signoria durata poco tempo di gian Giacomo de Medici castellano di Musso e la peste del 1630. Il De Medici ardito avventuriero del lago era riuscito ad impadronirsi di molte terre del lago, di Lecco e della Brianza spingendosi fino a Monguzzo. Fu una signoria di breve durata, meno d'un anno; nel 1532 con accordo seguito tra lui ed il generale spegnuolo sgombrava dietro compenso i territori occupati (Rovelli, III,I pag.471). E' nota la peste del 1630; preparata da una forte carestia e diffusa dal passaggio delle truppe alemanne destinate all'assedio di Mantova. L'anno 1628 era incominciato con pessimi auspici; già nei primi mesi si era manifestato il rincaro dei viveri. Per la primavera burrascosa, per le frequenti grandinate, per l'estate oltremodo piovosa erano tornate vane le speranze di un discreto raccolto. La carestia quindi si presentava minacciosa. I deputati all'ufficio di provisione ed i decurioni comaschi ricorsero ad ogni rimedio per affrontare il male: grandi acquisti di granaglie, grida contro i paesi svizzeri confinanti perché non frodassero i grani pena di 100 scudi di contravvenzione. Scendevano gli Alemanni dalle Apli per l'assedio di Mantova: con loro si avvicinava la peste. Alle prime voci il tribunale di sanità di Milano mandava il Cisaro a verificare e provvedere in tutte le terre, Ville, Castelli, e porti di tutto il lago di Como, di tutta la Valsassina, monti di Brianza e tutta la Gera d'Adda. Lungo il viaggio andavano trovando molto numero di huomini et donne, li quali giorno et notte dissero habittare alla campagna per il timore del contagio, havendo abbandonate le proprie case et le loro comodità et parevano tante creature selvatiche, portando in mano chi l'herba menta, chi la ruta, che il rosmarino et chi un'ampolla di aceto; che per dir il vero facevano piangere (Tadino, Ragguaglio dell'origine della peste, Milano MDCIII, pag. 26). Nella pieve di Erba si era manifestato il contagio e così pure a Civiglio. Per precauzione si innalzavano i così detti restelli all'imboccatura delle strade ed ai confini dei paesi. Si minacciavano pene gravissime compresa la pena capitale a colui che uscisse dal luogo dichiarato infetto o soltanto sospetto; eguali pene a chi avesse alloggiato il fuggiasco o gli avesse fornito modo al viaggio. Le comunità si difendevano dal contagio ordinando delle purghe per le case e mettendo uomini e guardie ai propri confini ad impedire il passo a chi era fornito della bolletta di sanità. Causa di diffondersi del male era il compra roba degli appestati. Proibiva il Tribunale di sanità, ma gli ordini non erano osservati. Il Sindaco di Ponzate avendo conosciuto che uno degli abitanti della sua terra, chiamato il sartore di Civiglio era andato a Civiglio a prender roba dai fratelli appestati, gli istituì tanto di processo davanti la chiesa, alla presenza di Baldassare Lambertengo, decurione giudice, delegato dall'Ufficio di sanità; testimoni il cav. Turcone e Antonio Volpi. Ordinava il Lambertengo che né detto sartore di Civiglio né alcuno della sua famiglia potesse uscire senza una speciale licenza, pena la confiscazione dei beni e la vita. Ciò fatto salivano colle calvalcatura ai restelli del borgo di S. Tommaso, dove promulgavano un'ordinanza identica per tutte le persone di Civiglio. Ivi la peste incominciata in giugno, pigliava vigore in luglio. Faceva strage in agosto; l'uno dopo l'altro il parroco e il medico morivano nell'aver visitato appestati.. Nel delirio della febbre gli appestati vagavano pei monti coll'occhio vitreo, il viso stravolto, arsi dalla sete; altri assaliti dal torpore cadevano in sonnolenza, si assopivano in un letargo mortale ed accovacciati morivano nelle stalle. A Montorfano moriva di peste il canonico Lodovico Raimondi ( Ignazio Cantù, le vicende della Brianza). A Civiglio dal 15 luglio al 31 erano morte 24 persone, dal 1 giugno al 16 agosto oltre 44, poi cessano i registri. Di Tavernerio nessuna notizia; i morti nel 1630 registrati sembrano una media normale, non dicesi la causa della morte e si seppelliscono nelle rispettive chiese di S.Martino e di S. Giovanni Battista. Nessuna lacuna; anzi nel 1630 un numero stragrande di matrimoni, il che farebbe concludere che qui non fosse penetrato il doloroso flagello della peste. il 2 febbraio del 1632 si potè finalmente proclamare la cessazione del male. però non cessarono tosto i timori; anche nel 1637 si ebbe qualche allarme. Alcune terre del lago e della pieve di UIncino ne furono infette, ma fu più la paura che il danno. A Tavernerio nessun accenno di contagio ( Per tante delle notizie sulla peste, vedasi l'opuscolo del Poggi " Alcune notizie intorno la peste del 1630 in Como", Como, 1886).







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La Parrocchia
Origine
I Canonici di Como e i loro diritti nel 1300
Solzago unito con Tavernerio
Stato della Chiesa nel 1592
Artistica croce di Gaspare Molo
Ampliamenti e restauri della Chiesa
Campane, Organo

Quando abbia avuto origine la parrocchia di Tavernerio, non sappiamo. Generalmente si asserisce che la istituzione delle parrocchie nelle città rimonti al V e VI secolo,mentre nella compagna si effettua molto più tardi vale a dire intorno al secolo X. Io penso, che in origine i canonici della cattedrale di Como fossero Habitualiter i parroci della pieve di Zezio e che nei giorni festivi si spargessero nei vari paesi intorno a Como a funzionare. Ciò mi sembra di poter desumere dai diritti di decime che la maggior parte dei canonici ancora oggidì possiedono, come pur dal diritto di investire ossia dare l'investitura canonica ai singoli parroci di Zezio, prima che il concilio tridentino disciplinasse tutta questa materia. Un codice interessantissimo esistente nell'archivio del capitolo della cattedrale, probabilmente del 1300 descrive le varie stazioni dei canonici nelle chiese delle pievi e dice esplicitamente che i rispettivi parroci dovevano riconoscere la giurisdizione del capitolo, da lui ricevere la investitura canonica e pagagli le sue imposizioni. Sacerdos vel clericus qui ibi esset vel fuerit pro tempore debet obedire capitulo cumano et recipere invastituram a supradicto capitulo et talias sibi impositas solvere ed ablationes que ibi similiter debent esse canonicorum. Così, il codice, parlando della stazione dei canonici a Tavernerio i giorni di S. Martino e di S. Silvestro, festa della dedicazione della chiesa. In quella solennità venivano quattro canonici a cavallo con un custode quator canonici cum custode uno cum suis equis e dovevano essere convenevolmente ricevuti e trattati, prescritti persino i cibi della cena e del pranzo. E' questa la prima memoria scritta, della chiesa di Tavernerio. Di tanta sua antichità ora nulla conserva; il parroco mio antecessore in un foglio d'archivio afferma che al posto del coro attuale sorgeva l'abside antico semicircolare nella chiesa primitiva e che lui stesso ebbe a scoprirne le tracce facendo gli adattamenti alla casa parrocchiale e che ancora rimangono le vestigia dell'antica chiesuola nel muro esterno sopra l'arco della cappella del S. Cuore. Solzago e Tavernerio formavano un'unica parrocchia. I registri parrocchiali di Tavernerio notano infatti tutti gli atti di battesimo, di matrimonio,, e di morte anche degli abitanti di Solzago. Anche negli atti di visita del vescovo Feliciano Ninguarda 1592 appare unita l'una comunità coll'altra. Et Villa Solzaghi ... coniuta cum parochiali Sancti Martini da Tabernario, que ville inter se distant sesquimilliare et quia domus parochialis est prope Ecclesiam Sancti Martini fit ut in ea tantum Sacrosantae Eucharistiae Sacramentum asservetur ed baptisterium (Visita del Ninguarda,II, parte I pag.155). Anche in un atto di matrimonio fatto nel 1615, il parroco si firma ancora tector parechialium invicem unitarium S. martini de Tabernario et S. Gio. Baptiste de Solzago ( Archivio pastorale di Tavernerio, registro dei matrimoni a quest'anno). La chiesa e come costruzione e come ornamentazione doveva essere una misera cosa ed in gran deperimento perché gli atti del 1592 la descrivono come bisognosa di restauri , insufficiente, e mal concia nel pavimento, nei muri e nel tetto.Ecclesia Sancti Martini de Tabernario in stauratione opus habet, cum non sit capax, nec pavimento, muris et tecto commeda. Il campanile primitivo era presso il coro: prope chorum est turris cum duabus campanis, e le finestre della chiesa dovevano essere ancora quelle d'origine, piccolissime, vero tipo di finestra lombarda perché gli atti dicono che in parietibus lateralibus fenestrae adeo angustae sunt ut ecclesiam adeo obscuram efficiant. Avanti la porta maggiore stava un portico per le sepolture ossia il cimitero. Come si presenta oggidì essa è tutta trasformata. Venne allungato il coro, aperte le due cappelle laterali; allungata la chiesa verso la piazza nella prima metà del secolo scorso, costruito l'oratorio pei confratelli del SS. Sacramento. Nessuno oggetto artistico di valore possiede la chiesa, se si eccettua una croce d'argento cesellata da Gaspare Molo, illustrata sulla rivista archeologica di Como (Rivista Arch. della provincia di Como, XXIII,30) ed esposta all'Esposizione Voltiana, Arte Sacra di Como nel 1889. E' un gioiello lavorato a bulino finissimo non solamente nelle due facciate ma anche nello spessore tutto all'ingiro. Anche i pomelli e l'anello che serve ad appendere sono vagamente intagliati. Nell'estremità inferiore di sotto leggesi la iscrizione: GASPA MOLO FECIT 1592.

Sul davanti è raffigurato il crocefisso con due angeli, metà figura, ai corni della croce e la faccia del padre Eterno in alto; e dietro il piede della croce vedesi la prospettiva di Gerusalemme. Sul rovescio è immaginata la B.V. con Bambino in braccio che tiene tra le mani una colomba: più due angeli, figure intiere, ai corni della croce: la prospettiva di Nazaret sotto i piedi, che riposano su una mezza luna e lo Spirito Santo; in alto. Nel contorno della croce, sulla lamina che ne forma lo spessore, sono incisi i vari istrumenti della Passione contornati da rabeschi di gusto squisito. In un luog è il sudario col volto del Redentore, in un altro, il bacio di Giuda molto espressivo; e nelle estremità inferiori da una parte lo stemma gentilizio degli Odescalchi sormontato dalle lettere M.O. e dall'altra lo stemma dei Volpi col motto araldico STAFORTE in caratteri microscopici, sormontato dalle lettere C.V. Nell'insieme è un oggetto di finissimo lavoro e degno di essere gelosamente custodito e conservato. Tavernerio con Solzago dovettero essere per molto tempo posseduti in gran parte dalla famiglia Lambertenghi. A questa famiglia illustre per tanti anni personaggi di armi, di toga e di chiesa appartiene il Beato Geremia di cui conservasi un quadro nella chiesa. L'altare maggiore costruito nel 1765 di marmo, come pure quello della B.V. colle balaustre recanti lo stemma dei Lambertenghi, il simulacro della Madonna ed altre cospicue memorie sono dovute alla loro generosa devozione. Nel 1821 in occasione dei moti politici tenne qui in Tavernerio Mons.Castelnuovo la benedizione degli Olii santi come è attestato dall'iscrizione posta al sommo dell'arco sopra il coro:

Yoannes Bap.Castelnuovo
Comensis Ecclesiae Episcopus
In hoc templo D. Martino dicato
SS. Oleorum benedictionem
Pontigicatier celebravit
Die XIX aprilis MDCCCXXI

Verso l'anno 1838 fu inaugurato il concerto di cinque campane con grande solennità. La chiesa fu varie volte ampliata: nel 1845 venne costruita la quarta campata verso la fronte, colla nuova facciata e nel 1871 venne aggiunto l'oratorio dei confratelli come apparisce dall'iscrizione posta sopra la cornice in principio dell'oratorio:

Per generosità del parroco della fabbriceria, confratelli e terrieri di Tavernerio nell'anno 1871 veniva restaurata questa chiesa unendovi l'oratorio.

Nel 1905 venne costruito l'attuale organo dalla ditta Mascioni di Cuvio e l'anno prima la statua del S. Cuore veniva inaugurata coll'istituzione dei canestri a favore della chiesa.







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Circoscrizione parrocchiale
controversie pei confini verso Montorfano nei secoli XII,XIII,XVII
smembramento di Solzago
Lite con Lipomo per Rovascio


Una trattazione particolare merita questo argomento della circoscrizione territoriale perché ha dato occasioni a secolari controversie con montorfano e con Lipomo, quest'ultime appena terminate di recente. Tavernerio è l'ultima parrocchia della Riviera verso la Brianza, compresa nella pieve di Zezio. Così chiamasi la pieve costituita da Como e dintorni da una corruzione di GESIA, ECCLESIA come vollero alcuni, oppure meglio da ZEZIO (periodico della Società Storica di COmo, II 1880, pag. 9 etc.) luogo dell'antico sobborgo di S. Martino di Como. Intorno al secolo X vale a dire nei primordi della parrocchia essa doveva abbracciare gran parte anche di Montorfano: lo desumo dalle lunghissime controversie dibattutesi tra Como e Milano per la delimitazione dei confini in quella località, come si vedrà più appresso. Non si fa una controversia per i confini che durò 6 secoli ( XII -XVIII), senza un fondamento giuridico e storico. Il vescovo quindi di Como Raimondi che nel 1271 firmava un atto stando a Montorfano apud castellum montis Orphani ( Bernasconi, Settanta Documenti relativi alla collegiata di S. Fedele, Como 1887, pag. 76) compiva un atto non di pure residenza casuale, ma è a credersi che esercitasse un vero atto giurisdizionale, in un territorio di sua diocesi. Dopo la guerra decenne ( 1117 - 1127) tra Como e Milano, guerra terminata colla distruzione di Como, era grandemente cresciuta la potenza di Milano. E' vero che Federico Barbarossa aveva dato un gran colpo col distruggere la città, ma con l'intromissione di Alessandro III pontefice e delle città lombarde Milano aveva rialzato le sue mura, aveva riunito e rinforzato la famosa Lega Lombarda. E' in questo periodo di tempo che essa piena di livore contro i Comaschi alleati del Barbarossa, ne invade i territori, occupando terre che prima non le appartenevano, sottoponendole alla giurisdizione spirituale del suo arcivescovo. Tale fu la sorte di parecchie pievi comasche e paesi, tra cui Montorfano, che prima era comasco. Tale occupazione di luoghi non prima a loro soggetti è attestata dal cronista contemporaneo l'Abate Uspergense, il quale scrive dei Milanesi a questi anni che superbissimi solent occupare terminos vicinarum civitatum et ipsas quas possunt suo subdere imperio. Un documento dell'archivio municipale di Como recante il processo fatto nel 1170 in proposito, tra gli arbitri milanesi e comaschi, tra i preamboli del verbale ci rivela esplicitamente che in quell'anno 1170 quei di como unum introduxerent instrumentum in quo continebatur parochiam sancti iohannis de montorfano ad cumanam ecclesiam pertinere. Con tali documenti mi sembra ad evidenza dimostrato che Montorfano era comasco e venne per usurpazione aggiunto a Milano. Per sedare le controversie di territori usurpati ( Lomazzo, Saltrio, Clivio, Val Marchirolo, Lierna, Mandello e Montorfano) furono da ambo le parti nominati degli arbitri, i quali riguardo a Montorfano sentenziarono che dovesse accordarsi a Milano, a riserva però della parrocchiale di S. Giovanni Battista (Periodico della Socità Storica di Como, II 1880, pag. 9 etc.) Si riconosceva così il diritto al vescovo di Como sulla chiesa di montorfano. Quella sentenza non acquietò i contendenti che continuarono la guerra. Nel 1174 il Barbarossa scendeva la quinta volta in Italia, assediando inutilmente Alessandria, onde nell'anno seguente dando ascolto a preposizioni di pace, trattò di essa in Pavia. E da Pavia che egli mandava nel maggio del 1175 ai Comaschi un diploma in cui confermava ad essa tutti i possessi a lei pertinenti per tutta la estensione della diocesi (Bernasconi, Settanta Documenti relativi alla colleggiata di S.Fedele, Como 1887, pag. 76). Nel giugno del medesimo anno, 1178 ritornando sulle concessioni fatte nel maggio più esplicitamente si manifestava riguardo alle controversie per le terre dai Milanesi usurpate, sentenziando che dovessero e potessero ricuperarle. Quot plebes aliqua et alia quequnque loca mediolanen-sibus dederunt vel assignaverunt ... quandocunque poterunt, debeant recuperare. E ciò perchè le ultime convenzioni coi Milanesi erano state fatte spinti dalla necessità necessitate coacti, come dice il documento.
Intanto continuava la guerra tra Milano e la Lega da una parte e Barbarossa e Comaschi dall'altra ed avveniva il terribile scontro di Legnano dove i Lombardi confederati fecero prodigi di valore. Il decreto accennato del 1178 dovette essere lettera morta, perchè cinque anni più tardi in un diploma al pontefice Lucio III il Barbarossa declinava la proposta di un convegno a Como perchè i Milanesi non avevano osservato il suo decreto ( archivio storico Lombardo, 1904, pag. 345). si faceva intanto la pace di Costanza ed il convegno di Reggio del 1185 anche per accordarsi sulle contrastate occupazioni di territorio. In quel convegno l'imperatore riconosce ai Milanesi omnia regalia que imperium habet in archiepiscopatu mediolanensi ma non si definiscono le agitazioni per le terre in questione. Non era sperabile una durevole pace tra Como e Milano se non si componevano le controversie territoriali. Si venne nel settembre del 1196 ed una nuova trattazione dove tra l'altro si stabiliva che i Comaschi cedessero ai Milanesi quella parte di Montorfano che ancora possedevano, salvo però un compenso. Tale convenzione veniva nel 1197 ratificata con altro atto cui i Milanesi in cambio cedevano parte di Caccivio a quei di Como. Così andarono le cose sino al 1608 in cui la contestazione riarde e si ordina una nuova delimitazione dei confini, senza venire ad una conclusione per Montorfano. Le trattative si riprendono nel 1721 e finalmente nel 1731 la controversie si termina. Da tutta questa secolare controversie per i confini territoriali emerge:

I. Che parte di Montorfano e probabilmente tutto il paese era sotto la giurisdizione diocesana comense.

II. Che la frazione chiamata Ca Franca non spetta punto a Montorfano per diocesi, ma a Como ossia a Tavernerio. Riguardo a questa frazione oltre tutta la storia milita anche una ragione canonica ed è che nessuna alienazione e smambramento d'una parrocchia è valido se non intervengono tutte le formalità giuridiche.

Nel caso nessuna formalità richiesta ad validitatem è intervenuta; per cui ogni atto in contrario è per sè invalido e nullo. Non è solamente dalla parte di Montorfano che si estendeva la parrocchia di Tavernerio; essa comprendeva anche tutta la terra di Solzago come abbiamo con i documenti dimostrato. Fu verso la metà del 1600 che per interessamento dell'abate Benedetto Volpi, referendario di Sua Santità e compatrono principale del comune la terra di Solzago veniva staccata da Tavernerio ed eretta in parrocchia autonoma. Oggidì il territorio comunale di Tavernerio da questa parte arriva solamente alla valle detta Piattellina, ma il territorio parrocchiale pare si estenda fino alla Crocesignanza sicchè la strada che da quel punto mena al cimitero sarebbe comune e divisoria tra le due parrocchie. Infatti i nuovi parroci di Solzago in occasione del loro primo ingresso in parrocchia fanno atto di giurisdizione al di là della strada che sale al cimitero. Sicchè la croce levata sul luogo dove venne demolita una cappelletta dedicata al S.S. Crocefisso sarebbe il territorio parrocchiale di Tavernerio. Verso il 1900 il mio antecessore Tettamanti D. Salvatore sollevava formale contestazione al parroco di Lipomo per la frazione di Rovascio, che sebbene in Comune di Tavernerio, per lo spirituale dipendeva da Lipomo. La controversia venne amichevolmente finita da me nel 1903 (Vedi concordato 21 ottobre 1903 e relativa approvazione della Curia con decreto vescovile Monsignor Valfré n.2061 di protocollo, 25 novembre 1903) mediante sopraluogo ed atto regolare canonico vidimato dall'Ordinario e dai rispettivi Sindaci Comunali, come da carteggio in archivio parrocchiale. Attualmente la parrocchia comprende alcune cascine sui monti di Tavernerio, Sirtolo, una casa con la chiesa, la Fornace e la cava di Urago, il Crotto, ed il Laghetto. Secondo il censimento ultimato in questo mese di marzo, in occasione della visita pastorale di Monsignor Alfono Archi, il territorio di Tavernerio comprende 967 abitanti.







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Chiese sussidiarie
S.Fereolo e sue antichità
affreschi antichi
suo stato nel 1592
sagra e costumanze
tradizione popolare
Martirio del Santo da un codice del 1400
oratorio di S. Fermo e di S.Anna


Oltre la chiesa parrocchiale esistono in Tavernerio tre oratori, l'uno dedicato a S. Fereolo Martire, l'altro a S. Fermo e l'altro a S. Anna nella frazione di Urago. Il più interessante per arte, per storia, per la sagra frequentatissima è quella di S. Fereolo. Sorge esso sopra il torrentello che divide i comuni di Solzago e di Tavernerio; non si vede da nessuna parte perché nascosto dalla valletta. Dovette essere una costruzione assai antica perché già negli atti di visita del vescovo Ninguardadel 1592 si afferma un sacello vetusto. A destra infatti, dietro l'altare si conserva ancora una cameretta con affreschi antichi del 1400 e relativamente conservati, data la costumanza dei fedeli di soffregare la parete umida e con tale umidità segnarsi ad allontanare ogni malanno. Quell'affresco rappresenta la crocefissione di Cristo coi personaggi soliti ai piedi della croce. In occasione della visita pastorale di Mons. Valfré nel 1900 si ordinava di riparare tale affresco antico con qualche difesa ode impedire la evidente distruzione per il continuo fregamento dei fedeli. Disposizione utile, ma in pratica impossibile, specialmente nel giorno della festa per l'incredibile concorso di popolo dalla Brianza, dal Varesotto, dal Lago, dal Canton Ticino. Tutti vogliono toccare quella parete umida, e con quella umidità farsi il segno della croce: si crede essere quello il sudore del santo e quindi efficace divozione contro ogni sorta di male. Nel 1500 l'antichissimo sacello doveva essere in misere condizioni perchè verso la fine di quel secolo venne ricostruito di nuovo, conservando però l'antica cappelletta. Tanto ricaviamo dagli atti di visita del 1592 già accennati, i quali parlando dell'oratorio di S. Fereolo lo dicono de novo et eleganter constructum piis fidelium devotionis gratia concurrentium elemosinis (Niguarda, Raccolta della Società Storica di Como II pag.157). Non è consacrato. Al tempo del vescovo Ninguarda l'altare non era consacrato; mancava la pietra sacra e si celebrava qualche messa votiva sopra una pietra sacra portatile interdum missae votivae super lapidem portatile sacratum celebrantur, come si dice negli atti sopra menzionati del 1592. Oggidì dopo recenti restauri si presenta più pulito: nel 1883-84 venne allargata la piazza davanti, poscia rifatto il tetto della chiesa, restaurato le pareti e imbiancate. Il pavimento a mattonelle in cemento fu fatto nel 1905. La sagra di S. Fereolo incomincia ai vespri del giorno di pentecoste, il parroco in processione scende il letto del torrente e benedice l'acqua con solennità. La piazza è popolata di baracche, negozianti, ambulanti. Quella sera e tutta la notte è un concorso di gente che arriva dai luoghi più lontani. All'alba del secondo giorno di pentecoste cresce la moltitudine; chi va a segnarsi alla parete del santo, che scende nella valle, chi beve l'acqua alla sorgente che scaturisce sotto l'oratorio, chi si spoglia per lavarsi in quelle acque che si credono apportatrici di salute, perché santificate dalla protezione del santo. E' un succedersi ininterrotto di una moltitudine di ogni età d'ogni condizione: sani, ammalati, infermi che vengono a supplicare l'intercessione del santo martire Fereolo. Chi era S.Fereolo? Due sono le tradizioni, una orale, l'altra scritta. La tradizione popolare che si tramanda da generazione in generazione vuole che S.Fereolo sia stato un capo di briganti e d'assassini che ridottosi a cambiar vita si era rifugiato in quella località, a far penitenza per ottenere da Dio, il perdono delle sue colpe. Quinvi lo raggiungevano i suoi compagni, risoluti di trascinarlo ancora nella vita dei ladroneggi e dei delitti; ricusando il santo veniva ucciso nel luogo medesimo dove passa il torrente. Così la tradizione orale la quale crede che dietro l'altare attuale fosse il luogo dove egli stava a far penitenza ed orazione e mostra persino un sasso tinto di rosso presso una scaturigine d'acqua, segno delle chiazze del suo sangue, testimonio del suo martirio. Ben diversa è invece la tradizione scritta.
Negli antichi martirologi (Acta Sanctorum V, 18 settembre) cicati dai Bollandisti al 18 settembre, giorno in cui anche a Tavernerio si usa cantar la messa all'oratorio di San Fereolo, il santo sarebbe un soldato, vivente al tempo di Diocleziano, martirizzato nella persecuzione l'anno 304 a Vienna nella Gallia. Gli antichi codici non concordano sul luogo del martirio, come pure del giorno, ma i più pongono il martirio presso Vienna e il 18 settembre. Fereolo amicissimo di S. Giuliano è preso come cristiano: interrogato risponde con franchezza. E' Battuto a morte indi gettato in un carcere, donde, avendogli Dio rotto miracolosamente le catene, fugge. Arrivato alle sponde del Rodano lo passa a guado, tocca l'altra riva ma preso dai soldati viene decapitato, guadagnando così la palma del martirio. Nell'archivio del capitolo di Milano della metropolitana esiste il codice interessantissimo già citato a proposito delle controversie di Montorfano, dove oltre ad un elenco di chiese sono raccontate le vite dei santi venerati dalla diocesi di Milano nel XIII secolo. Come è evidente da molti luoghi del codice lo scrittore ebbe a lavorare servendosi delle tradizioni allora in vigore, dei breviari e di altri libri liturgici del suo tempo ( 1228-1284). sostanzialmente il suo racconto coincide con quello dei Bollandisti già riferito; eccone la traduzione in italiano, della morte ossia Passione come la chiama, di S. Fereolo (una copia del codice è anche all'ambrosiana di Milano. Al tempo dell'imperatore Decio e del santo pontefice Sisto, alcuni cristiani erano rinchiusi ed incatenati nelle carceri di Perugia. Tra essi era San Fereolo, già da sei mesi relegato in quel carcere e vedendo i santi del Signore, Finino e Gratiniano entrare nel carcere esclamò: chi sono questi che entrano nella casa dei servi di Dio? S. Finino rispose: noi siamo gente che spera nella clemenza di Cristo, perchè abbia noi pure a degnarsi di annoverarci tra i suoi servi. Fereolo non potendo per la gran luce miracolosa, onde erano avvolti, vedere, disse a S.Finino: stendimi la mano. Ed avendola quella distesa e Fereolo toccata potè vedere e disse: Come è buono e giocondo etc. Fereolo fu martirizzato con lungo martirio. A Vienna morì S. Fereolo: al tempo della persecuzione essendo tribuno militare, per ordine del preside fu dapprima stirato nelle membra, poi crudelmente battuto con verghe, poi caricato di catene gettato in prigione. Di là, rotte da Dio miracolosamente le catene e le porte aperte, uscito alla libera campagna, arrivò al fiume. Dove inseguito e preso, legate le mani dietro il dorso fu trascinato sino alla terra brinatense e là col taglio della testa ricevette la corona del martirio, il 18 settembre. Il suo corpo fu portato a Vienna e sepolto in una basilica. Come si vede da questo manoscritto è riferito con qualche maggiore dettaglio la morte del santo. E' una narrazione tutta diversa da quella che ricorda la tradizione popolare. Io penso però che questa del popolo sia una corruzione e modificazione del martirio confermatoci dagli antichi martirologi, a cui si deve prestare maggiore fede. Certo si è, che questi martirologi pongono la morte al 18 settembre, ed il suo popolo usa cantare quel giorno la messa in onore del santo. Segno che si tratta del medesimo santo, tanto quello raccontato dal popolo come quello descritto dai codici. oltre all'oratorio di S. Fereolo sorge presso il confine della parrocchia verso Cassano, la chiesina dedicata a S. Fermo. E' di recentissima costruzione. La signora Teresa Moiana di Sirtolo volendo dare una comodità religiosa a quelli della sua frazione con testamento 4 novembre 1835 lasciava la somma di lire 3.000 per l'erezione di un oratorio e ipotecava i suoi fondi perché col ricavato si celebrasse in perpetuo la messa festiva. Di questa costruzione e relativo legato di messe festive esistono lunghi carteggi in archivio parrocchiale. Urago pure ha il suo oratorio dedicato a S. Anna, con esso pure un legato di messa festiva istituita dalla Nobile Marianna Raimondi Monticelli con suo testamento 21 febbraio 1852.







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Periodo Napoleonico
Rivolgimento politico e religioso della Rivoluzione Francese
chiese dilapidate, Brunate derubata dall'argenteria
Alberi della Libertà ed incidenti a Cassano Albese
disertori di passaggio
incidente repubblicano al parroco di Solzago


Un piccolo paese come Tavernerio non offre nella storia grandi avvenimenti; occorre accontentarsi di piccole notizie, che nel quadro dei grandi rivolgimenti acquistano la loro luce. La rivoluzione francese aveva portato nel mondo le nuove idee di libertà, non poteva non farsi sentire in Italia. Napoleone I occupato facilmente il Piemonte il 7 maggio 1796 passava il Po a Piacenza, vinceva a Lodi gli Austriaci, occupava Lodi, Pavia e Cremona. Il 15 maggio entrava in Milano. La città di Como seguiva la sorte comune e il 18 maggio vedeva entrare i Francesi entro le sue mura. Con essi entravano nel Comasco le nuove idee ed i nuovi costumi. Il cambiamento col nuovo regime cominciava, purtroppo malamente, specie riguardo alle cose religiose. Sotto il malinteso nome di libertà, scriveva il Rovelli, si svelava la intemperanza più licenziosa nei discorsi, nella stampa, nella vita quotidiana. Miscredenza, costumi libertini, indisciplina, stravaganza nei vestiti, violenze, calunnie; la chiesa depressa, disonorata la religione, profanati i luoghi santi, vincolato il culto cattolico, perseguitati i sacerdoti sotto accusa di partigiani all'antico ordine di cose. Disciolti i monasteri, i capitoli della cattedrale e di S. Fedele, saccheggiati i benefici parrocchiali. Il buon canonico Gattoni scriveva nel suo giornale : Orrendissime bestemmie si spargono da un giornale di Milano, che distribuisce il nostro Ostinelli, il tipografo dell'antica stamperia situata di fronte il duomo; l'infame giornale di Milano che si sparge anche fra noi non è diretto a far credere una favola il Vangelo e tutta la religione un'impostura. Con gravissimo nostro danno propagansi le massime libertine ed i fogli di Milano declamano contro il Papa ancor più empiamente che non fecero Viclepo, Hus, Lutero e Calvino. Girano i libri più infami, è un mutamento profondo, radicale, irreligioso e libertario che si propaga da per tutto. Tavernerio non dovette certamente andar immune da tutti questi rivolgimenti. Uno dei primi atti del nuovo governo repubblicano di spogliare le chiese delle loro cose preziose. Nelle chiese di città, scriveva il Gattoni nel dicembre 1796, l'opera sacrilega è compita ed in quelle della campagna sono stati spediti ordini a tutte le terre, acciocché i consoli stessi raccogano l'argento di chiesa e lo consegnino a certi determinati luoghi e delegati. Anche dal Lago sono quietamente giunte a Como molte barche con argenti di chiesa. Dalla montagna di S. Gregorio, da Pellio, da Livo etc. si sono veduti li più preziosi e rari lavori : lampade, candelieri, alti fiori co' lor vasi tutti lavorati a filograna. La chiesa di Brunate sola, diede 28 libbre d'argento. Non sappiamo se anche la chiesa di Tavernerio ebbe a soffrire da queste dilapidazioni; forse fu salva per la sua povertà, perché anche l'unico oggetto di valore, d'argento, la crocina di Gaspare Molo del 1592 fu salvata e conservata. Il sacro fuoco per le nuove idee aveva portato a piantare in ogni località l'albero della libertà. Questi alberi moltiplicati in ogni comune, perfino piantati nel seminario a Como, erano grossi e lunghi pali aventi una berretta rossa in cima, a cui era aggiunta poi con gran fasto di cerimonie una bandiera tricolore bianca, rossa ed azzurra simbolo della repubblica francese. Tavernerio non fu privo di tale istituzione. Cassano - Albese ebbe l'ardire di atterrare l'albero della libertà ed ecco il pretore Galvagna di Como in data 28 frimale ( 20 dicembre 1796) che notifica di aver nel giorno 28 andante intrapreso processo per l'atterramento dell'albero della libertà seguito nella notte del 26 alli 27 e nel caso che l'ufficio di Polizia crede del di lui caso di avere l'ispezione o d'intervenire alla successiva costruzione del processo medesimo, non ha che presentarsi alla Pretura. Le continue guerre generavano naturalmente la stanchezza anche nelle armate; molti disertavano non solo austriaci, ma anche francesi passavano da Lecco la Brianza; guadagnando per Como e Chiasso il confine Svizzero.
Passano per Como Austriaci che vanno nella Svizzera. Di qui passano molti tedeschi e francesi disertori delle armate che stanchi di tanta guerra, per la Svizzera se ne vanno al loro paese. Ciò avveniva nell'agosto e nel settembre del 1796. Anche in ottobre, ogni giorno arrivano a Chiasso de' soldati che proseguono il loro cammino verso la Francia. Cosa mirabile a narrarsi è quello di sapere che di tanta quantità di Galli che passano nelle nostre ville per andare nella Svizzera, finora non ce n'è stato alcuno che abbia dato il minimo motivo di lagnarsi ai contadini. Se sono in bisogno, cercano la strada per portarsi al sicuro: allora ad ogni passo ripetono: Bon paysan non me trahir. E' questa voce i nostri contadini tutti la capiscono perché nel loro vernacolo è la stessa. Attraverso la campagna di Tavernerio dovevano passare molti di questi disertori. Il sig. Conte Giovio ci ha contato che l'altro giorno ( 26 dicembre 1796) passarono dalla sua villa di Verzago ( presso Alzate) venti disertori francesi ed un generale che gercò una guida che lo conducesse nella Svizzera; un padrone di fornace lo mise al sicuro sul territorio bramato e ne ebbe quattro zecchini di mancia. Gli uomini del comune di Lipomo hanno condotto ( 28 dicembre 1796) un foresto alla guardia, il quale per quanto siasi interrogato ed esaminato da molti fino a questa sera, niuno è stato capace di tragli dalla bocca più di due risposte. Chi sei? Romano. Come di chiami? Elia. Ferventi fautori delle nuove idee non dovevano mancare a Tavernerio e Solzago. Valga per tutti il seguente episodio conservatoci dal cronista Gattoni: Eravamo nel febbraio del 1797; il 2 venne spiccato un ordine di arresto del parroco di Solzago, certo Fasana uno dei più degni ed esemplari ecclesiastici che siano mai ora nella diocesi. Il suo delitto per il quale viene accusato è d'aver disprezzato le insegne della repubblica e gettarle a terra ... Il curato soleva di quando in quando raccomandare al suo popolo di venire nella casa di Dio con modestia ed edificazione, che nella casa del Signore non voleva né cicaleggi, né dissipazione, né vane pompe di fiori e cose simili. Per poco un giovinotto ripose sopra i cancelli dell'altare forse per insulto il suo cappello con un alto ramo di fiori intarsiato di tre colori. Il curato glielo calò abbasso. Questa è tutta la reità. Il marchese Canarisi che villeggiava a Solzago corre qua e là per ottenere che sia liberato ( il curato) o almeno tolto dalla prigione de' malfattori ma finora non si sa se sia riuscito. Così il buon cronista Gattoni. Al 13 febbraio era ancora in prigione. Il buon curato Fasana si cerca di perderlo : non si lascia sortire dalla sua prigione né alla festa, né al giorno feriale, né celebra né ode la messa e dicesi che sono stati dei suoi contadini stessi a calunniarlo. Fu condotto questa mattina (13 febbraio 1797) al Comitato di Polizia dove ritrovavasi il solo Lena Perpenti. Questi le disse che per ore le si faceva grazia e veniva lasciato in libertà e l'ammonì che d'or in avanti fosse più cauto e nel parlare e nell'operare in riguardo alle leggi ed usi repubblicani. Dopo tante ubriacature libertarie la Lombardia cessava finalmente di servire alla Repubblica Francese e ricadeva sotto il dominio austriaco. Ritornava l'antico regime : restavano le idee di libertà, fortissima radice dei futuri rivolgimenti.







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Il risorgimento nazionale
cause
i paesi della riviera del Cosia vi partecipano
Don Abbondio Facchinetti
uno di Tavernerio nel tentativo repubblicano di Roma del 1849


Memorie di Tavernerio non mancano nel periodo successo alla sistemazione fatta dopo la scomparsa di Napoleone I. E' il periodo del risorgimento nazionale, dei movimenti repressi del '21, del '30, del '31, del '34, che culminava poi nella rivoluzione del 1848 nelle famose cinque giornate di marzo 18/19/20/21/22. Cause remote del movimento del 1848 erano state a) le idee di libertà diffuse ormai dell'epoca napoleonica, b) i pronunciamenti rivoluzionari accennati del 1821-34 repressi, c) il trattamento poco umano fatto dall'Austria dominatrice. Cause prossime della riuscita furono: a) la propaganda italiana fatta colle società, coi libri stampati a Capolago e disseminati nel Comasco, b) la propaganda del clero patriota, c) l'imprevidenza tedesca di tenere le truppe in Como troppo separate e non unite in un luogo solo, d) l'aiuto portato a Como dalla campagna ( queste cause sono sviluppate egregiamente dal Regazzoni, le cinque giornate di Como). Uomini di Ponzate, di Brunate, Civiglio, Tavernerio, scendevano a Como a dar mano agli insorti nelle cinque giornate. Il 20 marzo 3° delle famose giornate, veniva ferito un Andrea Malacrida da Ponzate. La gente della Riviera del Cosia era guidata da Cherubino Trombetta di Ponzate, dallo studente Luigi Sala di Tavernerio, il quale condusse anche due cannoncini forniti dalla Villa Lambertenghi di Tavernerio. Mentre gli insorti Comaschi assediavano la caserma di S. Francesco, un manipolo di arditi più infervorati si erano raccolti ed avviati per andare a Milano ed aiutarvi quei cittadini anch'essi in lotta per liberarsi degli Austriaci. Tra essi si notava il prete Don Abbondio Facchinetti, fratello del parroco di Tavernerio, ardentissimo patriota. Arrivata la colonna di cìCamerlata, avvisato che in Como eran cominciate le fucilate ritornava indietro, unendosi con gli insorti cittadini. Costretti dalla fame, dalla paura, dall'imponenza, del moto cittadino, isolati senza soccorso gli Austriaci capitolavano il 22 marzo 1848. Era il trionfo dell'insurrezione. Subito si stabilivano collette nei vari paesi per raccogliere mezzi onde aiutare la causa nazionale.

Il giornale Lario di quei tempi registra parecchie di queste collette fatte nei nostri paesi.

Comune di Lipomo 48 braccia di tela.

Don Pietro Monti di Brunate 12 camice e 12 paia di mutande.

Facchinetti Don Abbondio di Tavernerio 4 camice.

Comune di Civiglio 46 camice.

Comune di Tavernerio 79 braccia di tela.

Comune di Lora 45 braccia di tela, 5 camice e lire 59,75.

Comune di Orsenigo 8 braccia di tela, 32 camice e 12 paia di mutande.

Parrocchiani di Ponzate 40 camice e 2 lenzuoli.

Parrocchiani di Camnago 8 braccia di tela e 12 camice, con lenzuolo e varie pezze, bende e filacci.

Il parroco Nolbi Antonio di Camnago raccoglieva lire 63,85.

Il parroco di Ponzate Giulio Gatti offriva lire 41,66.

Trombetta Giuseppe fu Pietro di Ponzate lire 35.

Trombetta Gervaso di Ponzate lire 30, e in offerte varie lire 85,86.

A suffragio dei caduti patrioti si celebravano nelle diverse chiese solenni onoranze e suffragi.Tavernerio che albergava il focoso Abbondio Facchinetti, il Sala, i signori Lambertenghi tutti ardenti patrioti, non dovette certo tralasciare tali funzioni nella sua chiesa. Il giornale "Lario" ricorda i suffragi solenni fatti a Cassano, ad Albese e Villa Albese ( Lario 10 aprile 1848). Veniva tra l'altro istituita la cosidetta guardia nazionale. Ad Alzate essa veniva fatta segno a straordinaria esultanza e relativo discorso patriottico; il nostro don Abbondio Facchinetti veniva nominato cappellano del battaglione dei volontari Comaschi: " Como 9 luglio il sacerdote Abbondio Facchinetti di Como, fu nominato cappellano del battaglione dei nostri volontari. Uomo fornito di robustezza e coraggio potrà egualmente ben compiere i doveri di sacro ministro, che quelli di buon soldato. Molti anni di servizio in questa diocesi gli valsero assai meno che cinque giorni dedicati alla patria con fucile in spalla . Viva la libertà madre di giustizia" Così scrivava il Lario del 12 luglio 1848. Tanto entusiasmo per la causa italiana gli fruttava un ordine di arresto quando ritornati gli Austriaci nel medesimo anno, ripresero il governo di Como. Al dire dei vecchi che lo conobbero egli si rifugiava sul solaio della chiesa di Tavernerio, scampando le diligenti ricerche della polizia austriaca. Un altro nativo di Lipomo, certo Ronchetti Pietro condannato dai Tedeschi per aver offerto i mezzi per effettuare la spergiura diserzione dice la sentenza. Realmente egli non aveva offerto che un paio di calzoni ad un soldato; ciò gli valse "in via di grazia" due anni di fortezza. Col ristabilimento austriaco cessano le notizie nostre di Tavernerio. E' da ricordare però un Brenna Carlo di Tavernerio che partecipò nella legione Manara alla difesa di Roma, nel tentativo di Costituente fatto in Roma nel 1849. L'indipendenza italiana soffocata nel 1848, risorgeva nel 1859, trionfava nel 1866. La Lombardia liberata, si univa definitivamente al Piemonte.







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Tavernerio e la Guerra Europea 1914 - 1918
epidemie varie in paese 1918 - 1919


Non è qui il luogo di indagare le origini e le cause della guerra e neanche le sue vicende e fine; ci limitiamo alla partecipazione del paese alla medesima. Il 4 agosto 1914 scoppiava la guerra tra Francia e Germania, lungamente aspettata e predisposta da quest'ultima. Nonostante il trattato internazionale di rispettare il Belgio neutrale, la Germania con rapide mosse occupava quella regione, coll'intento di arrivare più celermente su Parigi e colpire al cuore la Francia impreparata. La resistenza dei Belgi fece fallire il piano, la Francia aveva il tempo di raccogliere tutti i cittadini atti alle armi, l'inghilterra deliberava il suo intervento e così l'Italia. Questa entrava in guerra con dichiarazione del 24 maggio 1915. Il nuovo metodo di combattimento, non più manovrato in campo aperto, ma ostinato e fisso nelle trincee sottoterra dava alla lotta un carattere lungo, inatteso. Quattro anni di battaglia, di stenti, di morti ove tutto quello che la scienza poteva immaginare venne messo a profitto. Cannoni mastodontici che bombardavano Parigi a centoventi chilometri di distanza; bombe incendiarie di effetto indescrivibile; bombe e granate di gas asfissianti, di gas lacrimogeni che accecavano i combattenti; bombe di iprite specie di gas che abbruciava terribilmente l'epidermide dei soldati; areoplani, squadre intiere di velivoli da caccia, da bombardamento, da battaglia; mine, reticolati, cavalli di Frisia, tutto quello che la meccanica , la balistica, la chimica poteva dare, tutto fu messo in opera. Calpestando ogni legge di natura, ogni convenzione umanitaria si bombardavano città indifese, ospedali, chiese, rifugi di donne e bambini. Contro ogni legge si rubavano le cose più preziose, più artistiche: non venne rispettato nessun monumento: le chiese monumentali di Lovanio, di Ipres, di Reims e tante altre meravigliose costruzioni artistiche, tutte vennero distrutte dai Germani. Organizzato lo spionaggio in tutto il mondo onde procurarsi notizie interessanti i nemici: profusi milioni e milioni per comprare giornali, diffonderli, ove si trattavano naturalmente ad usum delphini le questioni più scottanti per influire e dominare l'opinione pubblica; spesi dovunque somme favolose per creare scioperi, disordini, doicattaggi, a danno dei nemici. E' impossibile enumerare quanti mezzi, con quali sistemi, con quanta malizia scientifica sistematica veniva condotta la guerra da parte della Germania. Tavernerio partecipava alla guerra coi suoi uomini. Più di duecento soldati venivano incorporati nelle truppe, non tutti certo combattenti. Parte erano allineati sulla frontiera italiana dallo Stelvio al mare Adriatico, parte spediti in Albania; parte in Macedonia, parte anche in Francia. Non mancarono le vittime; ben dodici cadevano in battaglia, qualche altro per ferite e malattie negli ospedali. Mentre i soldati erano alle frontiere il popolo ridotto a pochi vecchi, alle donne e fanciulli moltiplicava le sue fatiche per far produrre la campagna, oramai privata di tante braccia di lavoro. Un comitato civile di assistenza si istituiva in paese, come in ogni altro comune, per venire in aiuto dei combattenti e delle famiglie. Mediante offerte volontarie, di denari, e mediante sussidi avuti dalla Prefettura di Como e dalla Cassa di Risparmio di Milano si riusciva a metter insieme un fondo finanziario pei bisogni locali.
fu così organizzato:

1) Il servizio d'aiuto ai combattenti, sia con elargizioni di danaro sia con distribuzione di indumenti di lana per difendersi dal freddo durante l'inverno.

2) Il servizio di soccorso ai prigionieri di guerra confinati nei campi di concentramento di Boemia, di Serbia, di Ungheria, d'Austria e di Germania ove soffrivano semplicemente tutto: fame, freddo, brutalità inaudite, sofferenze fisiche e morali, perché venivano talvolta proibiti di scrivere e comunicare colle famiglie loro in patria. Ai prigionieri di guerra di Tavernerio, il Comitato veniva in aiuto con spedizione regolare di pane appositamente confezionato e spedito poi dalla Croce Rossa Italiana.

3) Il servizio di corrispondenza fra soldati e famiglie. Mancando notizie le famiglie si rivolgevano al Comitato di Tavernerio che pel tramite di apposite Commissioni procurava avere notizie dei soldati, se morti, feriti, dispersi, prigionieri, oppure tardivi a scrivere ai propri di casa, sempre ansiosi e timorosi di disgrazie, data l'inaudita violenza della guerra.

4) Il servizio d'informazione dei soldati, ogni qualvolta essi non mandavano più alcuna nuova in paese, dando così il sospetto e la trepidazione che fossero caduti.

5) Il servizio di aiutare le pratiche sia dei militari per ottenere licenze ed esoneri , sia per le famiglie onde ottenere sussidi o pensioni. Moltissimo fu il bene, che in tal modo si potè effettuare al paese durante la guerra, bene che in generale pochi hanno potuto apprezzare e riconoscere. Il parroco era membro di tale Comitato; tanta parte delle funzioni esercitate dal Comitato veniva adempite dal parroco, la persona più accessibile al popolo e la più confidenza.

Le conseguenze mortali di una guerra così lunga dovevano naturalmente farsi sentire anche in Tavernerio, specialmente un decadimento nei buoni costumi, un raffreddamento religioso assai pronunciato ed una tensione di rapporti non più patriarcali tra l'elemento operaio ed i signori o proprietari del paese. Quasi non fossero bastati questi anni di sacrifici e di guerra, cessata questa con l'armistizio del 4 novembre 1918 il paese veniva colpito da una forma di micidiale epidemia, che fece non poche vittime. Veniva denominato "Grippe" oppure " influenza", di solito con conseguenze mortale; brividi, febbre altissima, prostrazione profonda di forze, indebolimento del cuore, per finire in menengite e più frequente in bronco-polmonite. Soprattutto in mezzo a gente giovane faceva breccia. si arrivò ad avere contemporaneamente quasi un terzo del paese colpito, con tredici morti in due mesi. provvedimenti sanitari non mancarono: disinfezioni generali, isolamento d'ammalati nelle proprie stanze, proibite le processioni, persino gli accompagnamenti funebri alla Compagnie religiose e associazioni in corpo, vietato il suono funebre delle campane per non impressionare, chiuse le scuole, l'asilo, raccomandato che anche le funzioni di chiesa di precetto venissero ridotte al minimo possibile per evitare affollamenti prolungati e quindi occasioni di diffondere il male. Nel dicembre del 1918 parve cessare la fatale influenza, in gennaio 1919 riprendeva ancora: molti vennero colpiti leggermente e sei altri morti furono contati per tale epidemia. Un'altra malattia serpeggiava inoltre nel bestiame; si ammalavano di polmonite, di pustole nella bocca, nei piedi, ed il venti per cento, si calcola, che venne a morire. Quando finiranno tante calamità? 







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